Settembre
Novembre


   La situazione di incertezza in cui si trova attualmente il Teatro dell’Opera di Roma, dopo le improvvise rimozioni dei suoi vertici la primavera scorsa, perdura ormai da mesi nonostante le promesse del Sindaco per un immediato rilancio della gloriosa Istituzione che secondo quanto affermato non deve essere seconda a nessuna al mondo.    Intanto con la solita giustificazione del taglio dei fondi del FUS governativo continuano ad essere cancellati o ridimensionati numerosi spettacoli fra quelli in programma e la stagione di danza in particolare ne esce dimezzata; ben sette sono i balletti annullati e persino lo spettacolo degli allievi della Scuola di Danza dell’Opera è stato sospeso. Se questo è l’avvio della nuova gestione c’è ben poco di buono da sperare!     Fortunatamente gli unici due balletti sopravvissuti nel previsto “festival romantico” sono andati in scena al Teatro Nazionale in forma smagliante regalandoci anche qualche bella sorpresa con la presenza di nuovi interpreti.    Ne La Gitana, dopo la sempre splendida Gaia Straccamore che sotto la guida del coreografo Pail Chalmer aveva creato il ruolo della protagonista, ha debuttato Alessandra Amato, una giovane della compagnia che spesso si era cimentata con lode in parti da solista, e che ora per la prima volta affronta l’impegno della prima donna. La figura slanciata e la chioma corvina, la Amato sembra particolarmente adatta per il ruolo della bella spagnola e lo sostiene con tecnica perfetta e molta grazia, mancandole forse ancora un po’ di confidenza e fluidità nell’interpretazione, come del resto si può acquisire solo nel tempo; stesso discorso per il suo partner Damiano Mongelli, l’ussaro Ivano, anch’egli al debutto, cui va solo raccomandata una maggior cura dell’espressività. Sorprendente poi Vito Mazzeo, il giovanissimo membro del corpo di ballo, chiamato a sostenere il ruolo del terzo protagonista del balletto, Don Alonso; un ballerino di gran bella linea, tempra e tecnica, che sta maturando e lascia prevedere una bella carriera.   Con l’altro balletto romantico, La Silfide,  sì è avuto ancora un debutto, del tutto inaspettato, per una ventiquattrenne che dalle fila della compagnia è passata a sostituire nel ruolo di protagonista una stella del balletto danese, quale Gudrun Bojesen, resasi indisposta all’ultimo momento, danzando col di lei partner Thomas Lund.   Si tratta di GayAlessia Gay, una graziosa figurina, dalla bella linea, che dimostra di possedere una tecnica pulita, braccia morbide, il giusto “epaulement”, ideale per la danza romantica, e che sfoggia sopra tutto una vis interpretativa di gran qualità; la sua silfide non fa rimpiangere quella di altre celebri interpreti, dolce e frivola, tenera, delicata ed incosciente: gli sguardi, la testa gli atteggiamenti rivelano in lei i moti dell’animo proprio come si dice accadesse con la divina Maria Taglioni; complimenti!  

    Altro entusiasmante debutto si è verificato sulle tavole del Sistina di Roma con il ritorno nella Capitale di una creazione di Luciano Cannito, vista già alcuni anni orsono in un teatro all’aperto: Carmen, balletto in due atti su musiche originali di Marco Schiavoni, insieme ad alcune pagine dalla nota opera di Bizet, ed una coreografia, in più punti rimodellata, che trasporta la vicenda nel nostro meridione, fra il popolo degli immigrati illegali. La nuova protagonista è stata Rossella BresciaRossella Brescia, ballerina che si è conquistata una certa fama fra il pubblico televisivo, che ora per la prima volta si cimenta in teatro in un ruolo di protagonista in un lavoro di ampio respiro.   Il Cannito, sappiamo, ha il dono come pochi in Italia di saper creare un balletto narrativo mediante il vocabolario classico adattato al gusto ed alla sensibilità moderna, asciutto senza fronzoli, ma esplicito e leggibile, tale che pure su di una scena praticamente nuda, con pochi oggetti di riferimento, il suo linguaggio risulta pienamente comprensibile. Certo l’aver trovato nella Brescia la sua interprete ideale contribuisce non poco al successo; costei oltre a possedere un fisico perfetto dalle eleganti linee allungate ed una tecnica solida e netta, ha il dono di una notevole presenza scenica e carica espressiva che per un ruolo di donna fatale quale Carmen, la seducente clandestina, è fondamentale; una sincera lode va anche all’aitante Josè Perez che interpretava la parte dell’innamorato e geloso Josè, qui trasformato in un severo e tormentato carabiniere.    

   Il piccolo raffinato Festival di musica, danza, prosa ed arte che si tiene nel Castello di Bracciano anche quest’anno ha presentato alcuni brevi spettacoli di danza per la delizia del pubblico che si aggira per le sale dell’antico maniero. Come sempre è stato Ricky Bonavita, il genius loci di Tersicore, a dare il via con una novità, La Fabbrica dei Sogni, su musiche composite di autori vari, una novità davvero sorprendente con la quale il Bonavita si inoltra per la prima volta nel mondo dell’erotismo mettendo in scena una sorta di iniziazione ai piaceri del sesso da parte di una dominante figura femminile piombata fra un gruppo di ragazzi: niente di volgare comunque, tutto per allusioni secondo il noto ed elegante stile dell’autore che sembra qui voler ricreare atmosfere pasoliniane dei ragazzi di vita, decantate però ed epurate attraverso il filtro della visione onirica.  Altra novità assoluta, ma del tutto astratta, è stata quella presentata da Theodor Rawlyer che col suo lavoro Zeta ha dato una veste formale alle esperienze da lui condotte nei centri di assistenza psichiatrica con le attività di recupero dei malati mentali, dimostrando ancora una volta come la danza ed il movimento del corpo in generale possa avere delle funzioni artistiche e terapeutiche al tempo stesso; esperienze eccellenti!

   Il progetto danza contemporanea dell’ETI, presso il Teatro Valle di Roma, ha riproposto uno dei nomi più noti di questi ultimi tempi, quell’Emio Greco che ormai dall’Olanda scende sempre più spesso sulle rive del Tevere e che in passato ha destato vasto interesse, ma che col tempo ho l’impressione che sia col fiato sempre più corto.  Se le sue prime creazioni, brevi e rigorose, mostravano svariati motivi di interesse, gli ultimi lavori più ampli sembrano perdersi per strada; POPOPERA (purgatorio), che fa seguito ad un primo lavoro ispirato all’inferno, è ripetitivo e monotono sia nei movimenti delle braccia, in particolare, sia nell’accompagnamento musicale e si giustificherebbe solo nell’assunto che purgatorio debba essere sinonimo di noia.  Anche One & Two, articolato in due tempi, è un unico e tedioso ripetersi di gesti che non sono altro che un’alterazione in tonalità minore del vocabolario classico e niente più; sembrerebbe che la creatività del Greco e del suo regista e librettista Pieter Scholten mostri un po’ la corda.

Non più coinvolgenti mi sono apparsi i due lavori del coreografo Jiri Kylian, l’artefice del successo mondiale del Nederlands Dans Theater, due esercizi di stile, direi, che tuttavia nulla hanno a che vedere col mondo della danza; il primo. Car-Men, è un filmato con quattro danzatori che scorrazzano in un paesaggio desolato trasportando rottami d’auto, l’altro, LastLast Touch First, è un raffinatissimo “quadro vivente” con sei personaggi elegantemente vestiti che in una atmosfera molto alla Cecov con esasperante lentezza compiono azioni di quotidiana ordinarietà: un bell’esercizio calligrafico ma unicamente fine a se stesso.

   Ben poco posso riferire del’ultimo Romaeuropa Festival in quanto la Fondazione è molto restia nel fornire l’accredito stampa; Bolero Variations  al Teatro Vascello è un’opera minimalista ideata dal tedesco Raimund Hoghe, un coreografo ed interprete che non ha il fisico del danzatore ma che con estrema audacia si cimenta in una esibizione che tuttavia non aggiunge alcunché alle celeberrime note del Ravel (ed altri) e nulla pure ci dice sul piano della danza.                                                                                                                            Per l’inaugurazione del nuovissimo Museo dell’Arte del XXI secolo, il MAXXI di Roma, Il Romaeuropa ha chiamato un’altra tedesca, Sasha Waltz, che con i suoi ballerini ha ideato diverse, libere esibizioni di piccoli gruppi nei vari e vasti ambienti del nuovo imponente edificio fra i quale si muovevano i numerosi invitati. Va da sé che l’interesse era solo per l’inedita, eccezionale architettura disegnata da Zaha Adid e che pertanto il lavoro della Waltz ha fatto quasi da contorno in quegli spazi nuovi che richiamavano tutta l’attenzione degli astanti.

    Molto ricca, come al solito, la nuova stagione del Balletto dell’Opera di Parigi che presenta classici dell’ottocento quali Giselle, La Bayadère e Lo Schiaccianoci, lavori dei grandi coreografi del novecento come  Gioielli di Balanchine, La Dama dalle Camelie di Neumeier e Kaguyahime di Kylian; non mancherà un omaggio ai Balletti russi con tre pezzi rispettivamente di Miassin, Fokin e Nijinsky ed uno al coreografo americano Jerome Robbins, nonché la novità assoluta Siddharta di Preljocaj, la recente creazione di Patrice Bart ispirata alla piccola Ballerina di Degas ed un trittico di autori contemporanei, Millepied, Paul e McGreagor.

   Il Balletto dell’Opera di Roma manderà in scena nella nuova stagione del 2010 alcune delle produzioni che sono saltate nella precedente stagione: Il Papavero Rosso, L’Heure Exquise e lo spettacolo sul Futurismo; ci sarà un nuovo allestimento del Don Chisciotte per mano del russo Mikhail Krapivin e Sylvia con la coreografia di Frederik Ashton, una ripresa della deliziosa Giselle curata da Carla Fracci ed un balletto da allestire per la fine dell’anno di cui ancora non si conosce il titolo. Un programma di massima, dal momento che, data l’incertezza in cui navigano attualmente i nostri teatri, non si hanno ancora le dovute conferme.

Alberto Cervi