INTERVISTA A DIANA
FERRARA di Lorenzo TozziStagione che
chiude, stagione che apre. Nel crepuscolo delle
stagioni ecco uno spettacolo di danza nuovo di zecca
in scena al Teatro Olimpico di Roma con la compagnia
Astra Roma Ballet di Diana Ferrara, già étoile
dell'Opera di Roma, in Narciso con coreografia della
pugliese Veronica Frisotti, plasmatasi a Monte Carlo
con la Besobrasova e a Losanna con Béjart, e musica
originale di Francesco Lanzillotta. Uno spettacolo
che ripropone una moderna rilettura del noto mito di
Narciso, raccontato spesso in letteratura, come in
musica e in pittura. A parlarne è la direttrice
della compagnia, che da anni investe sui giovani
coreografi.
" L'idea di questo spettacolo - racconta Diana
Ferrara - mi è nata mentre guidavo in auto. Avevo
sentito dire che gli americani stavano facendo un
film su Narciso ed anche Nijinski ne ricavò un
balletto. La nostra rilettura è naturalmente in
chiave moderna. "
-Ma perchè proprio Narciso?
"Mi piaceva l'idea il mito che è l'immagine
simbolo del nostro tempo: l'io incapace di
conoscere, di amare per l' altro per l'impossibilità
di accettare di non essere solo, incapace di
accettare di aver bisogno dell'altro e di capire che
la verità è nell'altro. I mass media, la pubblicità
hanno creato oggi una sorta di individuo sociale,
espresisone di un individualismo estremo: tutti sono
alla ricerca della felicità."
-Il balletto segue il mito?
"Solo a grandi linee. Non si vede la morte
finale, perchè tutto è simbolico. Tutti alla fine
diventano narcisi e vengono avanti mostrando gli
specchi al pubblico. Spero il messaggio arrivi.
Veronica ha lavorato con Béjart ed ha grande
esperienza e si avvale anche di una voce fuori campo
che riflette sulla società. Protagonista sarà Ilja
Kun, ucraino di soli 19 anni, diplomato all'
Accademia di danza."
- E la ricetta per uscire dal narcisismo?
"Quando è eccessivo non funziona. Un po' è
necessario, ma se è troppo diventa una patologia. In
un convegno sui giovani era venuto fuori il tema del
narcisismo....Nella danza viene da sè. Il danzatore
deve avere voglia di comunicare, non di danzare solo
per sè, deve concedersi, aprirsi, essere un essere
soiciale."
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L’Astra Roma Ballet una
tra le più valide compagini di danza contemporanea
La rassegna “Che Danza Vuoi?”, che ogni anno si
presenta al Teatro Greco di Roma, è altamente
meritoria in quanto fa il punto sullo stato di
salute delle più interessanti compagnie private
italiane, quelle stesse che a volte d’estate si
sparpagliano per la Penisola e non si riescono a
seguire facilmente. Scorrendo nel denso e serrato
cartellone ne segnalo due; la prima, denominata Cie
TwAiN, è una formazione poco nota e decisamente
d’avanguardia che spinge la propria ricerca ben
oltre i limiti della danza stessa (ammesso che di
limiti la danza oggi ancora ne abbia). Il suo
direttore e coreografo è Loredana Parrella la quale
ha presentato due sue creazioni sul tema della
trasgressione e dell’incomunicabilità, temi sempre
alla moda da vari decenni oramai. Purtroppo ella
affronta il tema in modo stereotipato e poco
originale, ricorrendo per giunta a tutti quegli
espedienti teatrali che troppe volte abbiamo già
visto sulle ribaltine off ed off off negli anni
sessanta e settanta del secolo scorso. Bisogna che
la giovane cresca.

L’altra è l’Astra Roma Ballet, la compagnia retta da
oltre vent’anni da Diana Ferrara, ex “stella” del
Balletto dell’Opera di Roma, una delle più valide
compagini nostrane di danza contemporanea che ad
ogni nuova stagione ci presenta delle novità di
giusto calibro e ben studiate. Stavolta ha imbastito
per il Teatro Olimpico un programma monotematico,
tutto incentrato sulla condizione femminile, in
particolare nel meridione, dove la donna è stata
storicamente oggetto, più dell’uomo, di pregiudizi,
costrizioni e sacrifici, ma anche autrice di piccole
e grandi gesta eroiche. Dei due pezzi, Turris
Eburnea, di Enrico Morelli, mi è sembrato quello
meglio strutturato e più incisivo, frutto di una
mano più esperta nel racchiudere la massa fluida del
movimento in un quadro omogeneo e compiuto; l’altro,
Ciciri, firmato da Daniela Megna, nel quale era
racchiuso anche uno spunto narrativo, a volte mi è
parso disomogeneo e poco leggibile, come smarrito
all’interno di una configurazione coreografica non
ancora propriamente compiuta. Tutti corretti i
giovani interpreti che danzavano su musiche di vari
autori; semplici e funzionali i costumi della
sartoria Bolero.
Passiamo al Teatro Il Vascello, sempre in Roma, per
un’altra stagione di danza contemporanea ricca di
tanti gruppi di svariata provenienza e consistenza.
Io ho avuto l’opportunità di assistere nella
medesima serata, ma in spazi distinti, a due
interessanti esibizioni solistiche. Uno era
l’assolo, Long Distance Breath, di Bernd Uwe Marszan
nel quale il ballerino, membro della compagnia di
Pina Bausch, con l’accompagnamento di musiche di
Wolfgang Schmidtke, ha trasmesso al pubblico
l’energia e la forza emotiva, tipica della
coreografa tedesca, ispirandosi però nelle forme
alla plasticità della statua bronzea del “satiro
danzante” recentemente restaurata.
L’altro assolo, più originale e sorprendente, era
invece di Fabio Ciccalè, un artista fuori del coro
che stupisce sempre per le sue creazioni del tutto
inconsuete, come appunto quest’ultima intitolata
Count Down. Un conto alla rovescia surreale ed
astratto in cui volendo si possono trovare tracce di
espressioni culturali le più disparate, dal
Futurismo e dal Dada di un secolo fa al più recente
stile “Trash” alla Andy Warhol; ma quella che esce
fuori è la personalità dell’interprete e la sua
forza espressiva che catalizza l’attenzione della
platea a prescindere dai contenuti contingenti!
Alberto
Cervi
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