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La situazione di incertezza in cui si trova
attualmente il Teatro dell’Opera di Roma, dopo le
improvvise rimozioni dei suoi vertici la primavera
scorsa, perdura ormai da mesi nonostante le promesse
del Sindaco per un immediato rilancio della gloriosa
Istituzione che secondo quanto affermato non deve
essere seconda a nessuna al mondo.
Intanto con la solita giustificazione del
taglio dei fondi del FUS governativo continuano ad
essere cancellati o ridimensionati numerosi
spettacoli fra quelli in programma e la stagione di
danza in particolare ne esce dimezzata; ben sette
sono i balletti annullati e persino lo spettacolo
degli allievi della Scuola di Danza dell’Opera è
stato sospeso. Se questo è l’avvio della nuova
gestione c’è ben poco di buono da sperare!
Fortunatamente gli unici due balletti
sopravvissuti nel previsto “festival romantico” sono
andati in scena al Teatro Nazionale in forma
smagliante regalandoci anche qualche bella sorpresa
con la presenza di nuovi interpreti.
Ne La
Gitana, dopo la sempre splendida Gaia
Straccamore che sotto la guida del coreografo Pail
Chalmer aveva creato il ruolo della protagonista, ha
debuttato Alessandra Amato, una giovane della
compagnia che spesso si era cimentata con lode in
parti da solista, e che ora per la prima volta
affronta l’impegno della prima donna. La figura
slanciata e la chioma corvina, la Amato sembra
particolarmente adatta per il ruolo della bella
spagnola e lo sostiene con tecnica perfetta e molta
grazia, mancandole forse ancora un po’ di confidenza
e fluidità nell’interpretazione, come del resto si
può acquisire solo nel tempo; stesso discorso per il
suo partner Damiano Mongelli, l’ussaro Ivano,
anch’egli al debutto, cui va solo raccomandata una
maggior cura dell’espressività. Sorprendente poi
Vito Mazzeo, il giovanissimo membro del corpo di
ballo, chiamato a sostenere il ruolo del terzo
protagonista del balletto, Don Alonso; un ballerino
di gran bella linea, tempra e tecnica, che sta
maturando e lascia prevedere una bella carriera.
Con l’altro balletto romantico,
La Silfide,
sì è avuto ancora un debutto, del tutto
inaspettato, per una ventiquattrenne che dalle fila
della compagnia è passata a sostituire nel ruolo di
protagonista una stella del balletto danese, quale
Gudrun Bojesen, resasi indisposta all’ultimo
momento, danzando col di lei partner Thomas Lund.
Si tratta di
Alessia
Gay, una graziosa figurina, dalla bella linea, che
dimostra di possedere una tecnica pulita, braccia
morbide, il giusto “epaulement”, ideale per la danza
romantica, e che sfoggia sopra tutto una vis
interpretativa di gran qualità; la sua silfide non
fa rimpiangere quella di altre celebri interpreti,
dolce e frivola, tenera, delicata ed incosciente:
gli sguardi, la testa gli atteggiamenti rivelano in
lei i moti dell’animo proprio come si dice accadesse
con la divina Maria Taglioni; complimenti!
Altro entusiasmante debutto si è verificato
sulle tavole del Sistina di Roma con il ritorno
nella Capitale di una creazione di Luciano Cannito,
vista già alcuni anni orsono in un teatro
all’aperto:
Carmen, balletto in due atti su musiche
originali di Marco Schiavoni, insieme ad alcune
pagine dalla nota opera di Bizet, ed una
coreografia, in più punti rimodellata, che trasporta
la vicenda nel nostro meridione, fra il popolo degli
immigrati illegali. La nuova protagonista è stata
Rossella
Brescia, ballerina che si è conquistata una certa
fama fra il pubblico televisivo, che ora per la
prima volta si cimenta in teatro in un ruolo di
protagonista in un lavoro di ampio respiro.
Il Cannito, sappiamo, ha il dono come pochi
in Italia di saper creare un balletto narrativo
mediante il vocabolario classico adattato al gusto
ed alla sensibilità moderna, asciutto senza
fronzoli, ma esplicito e leggibile, tale che pure su
di una scena praticamente nuda, con pochi oggetti di
riferimento, il suo linguaggio risulta pienamente
comprensibile. Certo l’aver trovato nella Brescia la
sua interprete ideale contribuisce non poco al
successo; costei oltre a possedere un fisico
perfetto dalle eleganti linee allungate ed una
tecnica solida e netta, ha il dono di una notevole
presenza scenica e carica espressiva che per un
ruolo di donna fatale quale Carmen, la seducente
clandestina, è fondamentale; una sincera lode va
anche all’aitante Josè Perez che interpretava la
parte dell’innamorato e geloso Josè, qui trasformato
in un severo e tormentato carabiniere.
Il piccolo raffinato Festival di musica, danza,
prosa ed arte che si tiene nel Castello di Bracciano
anche quest’anno ha presentato alcuni brevi
spettacoli di danza per la delizia del pubblico che
si aggira per le sale dell’antico maniero. Come
sempre è stato Ricky Bonavita, il genius loci di
Tersicore, a dare il via con una novità,
La Fabbrica
dei Sogni, su musiche composite di autori vari,
una novità davvero sorprendente con la quale il
Bonavita si inoltra per la prima volta nel mondo
dell’erotismo mettendo in scena una sorta di
iniziazione ai piaceri del sesso da parte di una
dominante figura femminile piombata fra un gruppo di
ragazzi: niente di volgare comunque, tutto per
allusioni secondo il noto ed elegante stile
dell’autore che sembra qui voler ricreare atmosfere
pasoliniane dei ragazzi di vita, decantate però ed
epurate attraverso il filtro della visione onirica.
Altra novità assoluta, ma del tutto astratta,
è stata quella presentata da Theodor Rawlyer che col
suo lavoro
Zeta ha dato una veste formale alle esperienze
da lui condotte nei centri di assistenza
psichiatrica con le attività di recupero dei malati
mentali, dimostrando ancora una volta come la danza
ed il movimento del corpo in generale possa avere
delle funzioni artistiche e terapeutiche al tempo
stesso; esperienze eccellenti!
Il progetto danza contemporanea dell’ETI, presso il
Teatro Valle di Roma, ha riproposto uno dei nomi più
noti di questi ultimi tempi, quell’Emio Greco che
ormai dall’Olanda scende sempre più spesso sulle
rive del Tevere e che in passato ha destato vasto
interesse, ma che col tempo ho l’impressione che sia
col fiato sempre più corto.
Se le sue prime creazioni, brevi e rigorose,
mostravano svariati motivi di interesse, gli ultimi
lavori più ampli sembrano perdersi per strada;
POPOPERA
(purgatorio), che fa seguito ad un primo lavoro
ispirato all’inferno, è ripetitivo e monotono sia
nei movimenti delle braccia, in particolare, sia
nell’accompagnamento musicale e si giustificherebbe
solo nell’assunto che purgatorio debba essere
sinonimo di noia.
Anche
One & Two, articolato in due tempi, è un unico e
tedioso ripetersi di gesti che non sono altro che
un’alterazione in tonalità minore del vocabolario
classico e niente più; sembrerebbe che la creatività
del Greco e del suo regista e librettista Pieter
Scholten mostri un po’ la corda.
Non più coinvolgenti mi sono apparsi i due lavori
del coreografo Jiri Kylian, l’artefice del successo
mondiale del Nederlands Dans Theater, due esercizi
di stile, direi, che tuttavia nulla hanno a che
vedere col mondo della danza; il primo.
Car-Men,
è un filmato con quattro danzatori che scorrazzano
in un paesaggio desolato trasportando rottami
d’auto, l’altro,
Last
Touch First, è un raffinatissimo “quadro
vivente” con sei personaggi elegantemente vestiti
che in una atmosfera molto alla Cecov con
esasperante lentezza compiono azioni di quotidiana
ordinarietà: un bell’esercizio calligrafico ma
unicamente fine a se stesso.
Ben poco posso riferire del’ultimo Romaeuropa
Festival in quanto la Fondazione è molto restia nel
fornire l’accredito stampa;
Bolero
Variations
al Teatro Vascello è un’opera minimalista
ideata dal tedesco Raimund Hoghe, un coreografo ed
interprete che non ha il fisico del danzatore ma che
con estrema audacia si cimenta in una esibizione che
tuttavia non aggiunge alcunché alle celeberrime note
del Ravel (ed altri) e nulla pure ci dice sul piano
della danza.
Per
l’inaugurazione del nuovissimo Museo dell’Arte del
XXI secolo, il MAXXI di Roma, Il Romaeuropa ha
chiamato un’altra tedesca, Sasha Waltz, che con i
suoi ballerini ha ideato diverse, libere esibizioni
di piccoli gruppi nei vari e vasti ambienti del
nuovo imponente edificio fra i quale si muovevano i
numerosi invitati. Va da sé che l’interesse era solo
per l’inedita, eccezionale architettura disegnata da
Zaha Adid e che pertanto il lavoro della Waltz ha
fatto quasi da contorno
in quegli spazi nuovi che richiamavano tutta
l’attenzione degli astanti.
Molto ricca, come al solito, la nuova
stagione del Balletto dell’Opera di Parigi che
presenta classici dell’ottocento quali
Giselle,
La Bayadère
e Lo
Schiaccianoci, lavori dei grandi coreografi del
novecento come
Gioielli
di Balanchine,
La Dama dalle
Camelie di Neumeier e
Kaguyahime
di Kylian; non mancherà un omaggio ai Balletti russi
con tre pezzi rispettivamente di Miassin, Fokin e
Nijinsky ed uno al coreografo americano Jerome
Robbins, nonché la novità assoluta
Siddharta
di Preljocaj, la recente creazione di Patrice Bart
ispirata alla piccola Ballerina di Degas ed un
trittico di autori contemporanei, Millepied, Paul e
McGreagor.
Il Balletto dell’Opera di Roma manderà in scena
nella nuova stagione del 2010 alcune delle
produzioni che sono saltate nella precedente
stagione: Il
Papavero Rosso, L’Heure Exquise e lo spettacolo
sul Futurismo; ci sarà un nuovo allestimento del
Don
Chisciotte per mano del russo Mikhail Krapivin e
Sylvia
con la coreografia di Frederik Ashton, una ripresa
della deliziosa
Giselle
curata da Carla Fracci ed un balletto da allestire
per la fine dell’anno di cui ancora non si conosce
il titolo. Un programma di massima, dal momento che,
data l’incertezza in cui navigano attualmente i
nostri teatri, non si hanno ancora le dovute
conferme.
Alberto Cervi
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